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15 febbraio 2008

tralerighe

Signori, mi trasferisco.
E comincio a fare le cose come si deve.
Matanobros si autosospende, e il blog prosegue e ricomincia qui:
http://tralerighe.ilcannocchiale.it

"Continua a sognare e sveglierai il mondo"




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14 febbraio 2008

Fiche(s)

 

“Uscirà.

Magari, nel momento più inatteso, uscirà.

Quando sei convinto che ormai l’hai tamponato per bene, c’è un chilo di carta nelle tue narici, eppure all’improvviso senti quel calore e quel dolciastro, monotono odore che si affaccia prepotente. Quando pensi che l’hai tenuto talmente tanto dentro, per tutto questo tempo, che prima o poi dovrà schizzare fuori e inondare tutta la gente intorno a te, che sia dolore, o rabbia, non ha importanza, che sia sangue o amore, uscirà.

Un film. Un libro. Una parola.

Uscirà.”

Più ci rifletto, e più mi rivedo. In effetti, è sempre dello specchio che stiamo parlando. E lo specchio, per definizione, riflette. Anch’io però, soprattutto adesso, rifletto. Quella storia sul fatto di uscire, mi è venuta in mente così, e non so neanche perché. Volevo andare a vedere Caos Calmo, ma prima se facevo in tempo volevo leggere il libro. In realtà credo che ci andrò e basta, e tanti cazzi. Ve lo dico perché in sottofondo mentre scrivo c’ho la colonna sonora. Del film, non del libro. Insomma ti sei proprio fissato. Potete dirlo se volete. Del resto è abbastanza vero. Ma no, in fondo voglio solo leggermi un libro prima di vedermi un film. Il senso è questo. Tutto il resto è contorno. Comunque alla fine stasera non ci vado. Disguidi tra amici, e poi alla fine si fanno altre cose. Perché ve lo dico? Perché lo leggete? Forse perché è giovedì. Dico io, G I O V E D I’. Ma una tra le cose più inquietanti che mi siano mai accadute da quando scrivo, oltre a quella volta che mia nonna è entrata di nascosto dentro casa e mi ha messo una mano sulla spalla mentre io tutto preso ticchettavo sulla tastiera con la musica in sottofondo e checazzonesapevo che spuntava nonna col parkinson, gli occhiali e tutto il resto, cioè nonna proprio, in carne ossa e vestaglietta rosa, un pugno in un occhio ma per favore non glielo dite, che poi ci resta male, mi sa che gliel’abbiamo pure regalata noi, al compleanno, quella vestaglietta, eh, vorrei vedere voi a scegliere il regalo per una quasi-novantenne, dopo che gli hai già regalato profumi, cappotti, borse, cyclette, set di fiches e quant’altro, comunque dicevamo, una delle cose più inquietanti che mi siano mai accadute da quando scrivo è che adesso è pomeriggio. Pomeriggio, rendiamoci conto. Non sera. Pomeriggio.

Sticazzi, direte voi. E fate anche bene. Ma per me è strano, davvero.

Sarà per questo, forse, che mi è appena successa una cosa curiosa. Ve la racconto subito, perché merita davvero.

Cinque righe sopra a questa stavo scrivendo testualmente “cappotti, borse, cyclette, set di fiches”, giusto? Bè, dopo aver scritto fiches, visto che è francese (almeno credo), e io e il francese non è che ci frequentiamo spesso, allora apro Google per vedere se si scrive così. Quindi che penso, scrivo la parola nella toolbar di Google e clicco immagini, così mi spuntano le foto delle fiches e capisco se è scritto bene. Ma -lo giuro che non l’ho fatto apposta- il problema è che, chissà perché, mi viene in mente che fiches è plurale, e fiche invece è singolare. Ora, provate a scrivere “fiche” e cliccare “ricerca immagini” su Google mentre state pensando a vostra nonna in vestaglia rosa, perché era di questo che il mio cervello si stava occupando fino a un attimo prima. L’unica cosa che fai, dopo il rapido viaggio nell’universo femminile, è fermarti un attimo e ridere. E ridere di cuore, non una breve ma risata, perché stavolta sai che è incredibile che non sapevi di che cosa scrivere e mentre scrivi, ed è pure pomeriggio, porco zio, ti capita una cosa così idiota e al contempo buffa, e vera, che devi necessariamente parlarne, e scrivere di quello che ti succede mentre scrivi è una cosa incredibile, come un replay imbrigliato nei ritmi della linguistica dalla scelta autonoma e fortissima dei significati e significanti, cioè roba da pazzi, che non scrivevi fiche nella toolbar di Google dai tempi della seconda media, e all’improvviso ti trovi a farlo di nuovo, senza neanche volerlo, eppure è una fortuna, perché è una di quelle cose così argentine e fragili, e belle, sarò pazzo ma mi sembra un miracolo di verità dentro questo universo di casino controllato, questo caos calmo, per dirla con Veronesi, fiche, cazzo, tutte queste parole e grossi concetti e stiamo parlando di fiche, alla fine, e insomma, che ti spuntano venti fiche davanti, così, che tu neanche te lo aspetti, e sei partito pieno di buoni propositi, pensando che adesso avresti scritto questa pagina leggera come una poesia, e profonda, e mentre sei lì tutto ambizioso, succede che all’improvviso ti trovi di fronte una quantità di link di siti porno che l’unica cosa che puoi fare è smettere di ridere e parlarne con tutta la sincerità che il Destino ha voluto usassi nel momento in cui ha deciso di mettere in te il tarlo di quel dubbio ortografico sulle fiches, in fondo è il caso che bisogna ringraziare, e non c’è molto altro da aggiungere, siamo finiti a parlare di fiche cominciando con quella piccola riflessione sulle cose che prima o poi ti escono, da dentro, e sfondano tutto ciò che è fuori, che sia sangue, o dolore, o rabbia, ma questa è la risposta che aspettavo nel momento in cui, stranamente di pomeriggio, mi sono seduto di fronte a una pagina bianca. Aspettavo una rivelazione. E alla fine, nel modo più inatteso possibile, come solo la creatività e le circostanze possono e sanno fare, è arrivata.

Fiche, cazzo.

Ora, io non volevo essere volgare. E vi chiedo scusa se vi aspettavate qualcosa di diverso. Il titolo che leggete l’ho cambiato adesso, a testimonianza del fatto che ero partito con il solito progetto ambizioso del giovedì. Però, se ci pensate, bene, questo fatto è bello. Questo fatto che comunque vada alla fine ce la fai, a scrivere, perché proprio mentre non parli di nulla e ovviamente non hai molto altro da aggiungere, succede che arriva, quella maledetta risposta, stavolta erano un gruppo di fiche, la prossima chissà, arriva la risposta a consacrare quella prefazione mai così distante dal resto del discorso e al contempo mai così azzeccata.

“Uscirà.”

E’ uscita, alla fine questa pagina.

Nel modo più inatteso, ma è uscita. 



                                                                                                                    




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8 febbraio 2008

Breve, ma risata


N
on per dire niente, ma oggi non è Giovedì. E nonostante un sonno galoppante e un mal di schiena capace di mettere un elefante chiappe a terra e proboscide all’aria, sono qui. Non potevo certo tradire le aspettative. E soprattutto “tra dire”, e fare, che c’è di mezzo la “e”. Il Mercoledì esce Topolino. In tutte le edicole, e dico tutte le edicole. Ma oggi è Venerdì. Questo mi riempie di tristezza, in realtà. Soprattutto perché da quello che so io, ormai pure Topolino s’è imborghesito. Ma oggi è Venerdì, tutto il resto è contorno.

Teso,
come
un ricevitore
appena
installato

                                                sull’orlo

                                                                                        del mondo,

ascolti esplodere il futuro
col tonfo,
assordante

del vuoto.

Ieri mi hanno dato un foglio, a scuola, e dovevo scegliere quale Alphatest fare. Non si chiedeva niente di specifico, in realtà, giusto se preferivi ambito umanistico o scientifico. Io ho scritto che volevo fare il pompiere, così, tanto pe fa un po’ il cojone. Ma in realtà subito dopo ho capito che non sapevo scegliere.
Cioè neanche tra umanistico e scientifico. Roba da pazzi.
Infatti. Roba da pazzi. Mi piacerebbe trovarmi da vecchio a scrivere cartoline, per lavoro. O anche storie lunghe, opere ambiziose. Qualunque cazzo di cosa. Ma non scegliere. Neanche l’ambito. Perché questo proprio non lo so. E’ il tonfo assordante del vuoto. E’ il futuro.Stavolta non c’è liquore sudafricano che tenga. Ero lì a lavarmi la faccia, al cesso, con il grosso specchio davanti a ricordarmi quanto fossi pallido, quando a un tratto un tale attacca a parlare. Lo vedo oltre quel vetro cristallino che sembra riflettermi, e dall’altra parte il tale
Fanculo.
Mi dice. Poi mi ricordo che è la scena di un film, e che l’idiota nello specchio sono sempre io.
Risata. Breve, ma risata. Occhiaie che scendono sotto i piedi, schiena incurvata, una stanchezza accumulata da un tempo che sprofonda nelle radici della memoria come un treno rigurgitato sulla superficie della terra dai ventricoli cementati nel cuore del mondo, eppure
Una risata.

Breve                                                       ma                                                                   risata.

                            Sarà lo specchio,

                                                                                                          questo futuro vuoto,
oppure,
semplicemente,

le birre prese da Johnny

a fiumi,
prima di tornare a casa.

Vi presento una risata. Breve, ma risata. E’ simpatica, e sa come farvi ridere. Capita nel momento più inaspettato di quel susseguirsi di ore comunemente detto giornata, e ti lascia un po’ sorpreso. Che poi io non sono neanche uno che ride da solo, di solito. A meno che, magari, il salto da Johnny non è stato un salto coll’asta. Cioè, roba prolungata, per capirci. Breve, ma -sarà lo specchio, questo futuro vuoto, oppure, semplicemente, le birre prese da Johnny a fiumi prima di tornare a casa- risata.
Intendiamoci. Questa è una di quelle cose scritte con la dolcezza infinita del caso tra le righe intricate dello svogliato svolgersi incalzante dei minuti. Non è un miracolo. Neanche un miracolo profano. Ma non è certo come un piccione sulla grondaia. Una cosa di tutti giorni, per capirci. Perché se sei stanco morto e lo specchio ti sorride, vuol dire che magari dietro devi leggerci qualcosa. Io ho provato a leggerci Kafka, dietro allo specchio, ma si stava stretti, per cui ho proseguito a letto. In realtà Kafka lo leggo per scuola, perché se fosse per me. Questa è finita così. La frase, ovviamente. Intendiamoci. Ti viene da interrogarti, se sorridi da solo in un cesso in cui fra l’altro è finita la carta igienica. E ti capita di non trovare alcuna risposta.
Questo, è, tutto sommato, virgola, un po’ sconvolgente.
Poi ti spunta un afta grossa come una palla da golf in un angolo dove non batte il sole della guancia e ti dimentichi di tutto. Però il retrogusto, quella breve, ma risata, te lo lascia in bocca. Certo, deve farsi spazio con l’afta. E forse lì si sta più stretti che dietro lo specchio io, Kafka e il suo Castello. E’ il titolo del libro, non un castello vero. Seee, vabbè, sennò quando c’entravamo. Ma comunque. Forse è solo delirio, o questo compito di matematica che arriva domani puntuale come un orologio svizzero atomico. Forse è che oggi ho dimenticato le chiavi attaccate al motorino sotto casa e mio padre le ha trovate e me le ha riportate subito su. Forse è la presenza, sovraffollata, di tutte, queste, virgole.

Forse è che hanno una forza, le virgole, da lasciarti secco.
Forse, è che hanno una forza, le virgole, da lasciarti secco.
Forse, è che hanno una forza le virgole da lasciarti secco.
Forse è che hanno una forza le virgole, da lasciarti secco.
Forse è che hanno una forza le virgole da lasciarti secco.

Perché puoi dire la stessa cosa quante volte ti pare, finchè proprio non sei così stanco che ti andrebbe bene perfino un sonno di quelli prolungati, due metri di terra sulla faccia e tanti saluti, eppure la puoi dire in tanti modi diversi che potresti scriverci un libro, e scriverlo in tutti quei modi che ci sarebbe da scrivere un altro libro. E vi giuro che a quel punto potremmo non finire più.
Forse è che mi siedo qui ed esercito il diritto di non esercitare alcun diritto di rigore o regola. Mi metto semplicemente a plasmare in maniera ambiziosa ciò che passa per la testa e che se non imprimessi su questo inchiostro invisibile della rete telematica, scapperebbe via.
Forse era quella breve ma risata oppure il fatto che oggi è venerdì, o Venerdì maiuscolo, come vi pare, e non giovedì, o Giovedì maiuscolo, e magari questo fatto mi disorienta un po’ e mi fa essere più strano del solito.
Lo so, che questa cartolina dal mio paese delle meraviglie è un po’ strana.

Perché ci sono delle volte che ti senti stonato, dentro, come un violino bellissimo ucciso nel legno dai tarli del tempo, eppure ostinato attacchi a suonare,

e altre volte, invece,

che ti senti accordato perfettamente,

ma

sai,

                                                                      in fondo,


che finirai

                                                    per sussurrare,

piano,

un’unica nota.




E sai pure che magari, quell’unica nota, sussurrata piano, sarà breve,







































































ma risata.



Risata
per bene, come si faceva una volta, quando le virgole ancora non esistevano e il futuro faceva sempre rumore.




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1 febbraio 2008

A suonare, con affetto,

 


S
uccede alle volte che ti senti

stonato,

dentro,

come

un violino

scordato.

Prima di un concerto.

O come un violino scordato a casa. Sempre prima del concerto. Di fatto, alla fine. Comunque vada. Il problema è sempre quello. C’è il rischio serio di riconsiderare un momentino il tutto. Forse è il fatto che capita sempre di giovedì. Ogni giovedì te ne stai lì per fatti tuoi nella tua cucina, tu e la tua sigaretta, e ti blocchi. Still. “Ahò ar blockbuster tocca riportaje er dvd”. Cose così. Poi ti riprendi, quello sì. Ma in quell’anfratto di spazio-tempo in cui eri aldilà, come Desmond quando infila la chiave nel quadro della Dharma, è in quello sputo di nulla che vedi. E subito dopo succede che ti siedi a improvvisarti poeta geometra del foglio, spruzzando le parole da sinistra a destra convinto che questo dia un altro peso alla lettura. E magari hai pure ragione. Magari, alla fine, riguardi il lavoro con aria soddisfatta e pensi che hai fatto bene. Non è stato tutto tempo sprecato. Ma in fondo la cosa che ti spaventa è un’altra. Che per quanto ti ci impegni, e per quanto sudore e sinapsi puoi versare, alla fine non dici niente. Questa, in assoluto, è la sconfitta.

Succede alle volte che ti senti stonato, dentro, come un violino bellissimo, ma scordato, dissonante, rotto. Prima di un concerto.

Questa,

in assoluto,

è la sconfitta.

Così, insomma, sei lì sul tuo rettilineo. Vai dritto con l’acceleratore a manetta, la mano destra tesa e la sinistra poggiata sulla gamba, perché tanto non ti serve. Vai dritto verso il nulla con uno sbadiglio e intanto gridi al mondo di fermarsi. Il mondo che scorre prepotente ai tuoi lati, mentre sei su quel rettilineo, e vorresti solo che quel turbinio incessante intorno a te si fermasse. E allora glielo gridi, al mondo, di fermarsi. Ma lui niente. Mica ti ascolta. Continua a correre, il mondo. E quando ti accorgi che lui è fermo, e sei tu a trafiggerlo come una lama affilata dall’implacabile durezza del tempo, a quel punto è troppo tardi per tornare indietro. Perché finalmente, proprio quando credevi che fosse finita, è arrivata. La curva.

Succede alle volte che ti senti stonato, dentro, come un violino bellissimo, ma scordato, dissonante, rotto, prima di un concerto. Questa,in assoluto, è la sconfitta. Sarà che insomma è giovedì, e scrivi nel terrore di non sapere che scrivere, sarà che è arrivata la

c         a,
  u    v
     r

e la devi affrontare, comunque vada, perché questo è sostanzialmente il motivo per cui viviamo, e mandiamo le cartoline dal nostro paese delle meraviglie, chiedetelo ad Alice se di me non vi fidate, e ti senti grigio, dentro, come quel violino che non suona più come dovrebbe. E allora non c’è liquore sudafricano che tenga, puoi solo celebrare la liturgia della parola scritta, sei il pastore del tuo rito, e secondo le tue regole, nel nome di te stesso, annunci la verità ultima incisa come l’incontrovertibile assolutezza dell’essere nel profondo della terra. E questo è il miracolo del palcoscenico costruito dalla logica inattaccabile delle tue parole, dietro il sipario ritagliato su misura dalla ponderata selezione dell’artificio del linguaggio, nei meandri dell’archivio sconfinato della conoscenza, qui, sul bianco accecante del foglio ancora vergine, tu annunci la verità che non conosci. Questa, in assoluto, è la sconfitta.

Questa in assoluto è la vittoria. Dare una parvenza di senso a quel fiume in piena che rompe gli argini dentro di te mentre la cucina diventa piccola e la sigaretta finisce e il liquore sudafricano giace già sepolto dalla bile, pace all’anima sua. Succede, alle volte, che ti siedi a riordinare le idee e finisci per fare ancora più confusione. Di certezze alla fine ne hai poche. Sai che la vita è fatta di curve, per fortuna, altrimenti moriresti fissando il nulla di un orizzonte irraggiungibile. Sai che può capitare che anche i violini bellissimi suonino male. Sai che puoi sentirti stonato, come loro. E sai che l’unica cosa che resta da fare, quand’è così, è celebrare il tuo rito del giovedì, impugnare questo carnèt e violentarlo con la prepotenza di chi ha la penna dalla sua e, ancora, per fortuna, la forza per farlo. Mettere in circolo le parole. Suonare, stonato e sconfitto, ma suonare, ancora.

Finchè un giorno non sarai così stanco che non avrai più niente da dire. Ma fino a quel momento, e questo lo sai, lo hai imparato prendendo quella curva, ogni parola incisa nella durevolezza eterea del linguaggio, sarà la tua vittoria.

Succede alle volte che ti senti

stonato,

dentro,

come

un violino

bellissimo,

ucciso

nel

legno


dai tarli

del tempo.



Eppure,


ostinato,


attacchi


A suonare,

con affetto.




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25 gennaio 2008

Questa è una cartolina

 Ho capito una cosa, in fondo. Che a forza di parlare della storia degli altri, si rischia di non pensare alla propria. C’è questa cosa che si chiama scrivere che è come salire su un treno senza biglietto e senza sapere qual è la destinazione. Stai lì tra gli sbalzi dei binari e sei curioso e preso, ma anche un po’ inquieto, con una specie di incertezza che ti sale su per il culo e che poi spazzi via solo alla fine. Un mega peto di nome punto alla fine dell’ultima frase. Solo che quando passi anni a parlare di gente che esiste solo nella tua testa, e a inventarti racconti che vivono il tempo di una lettura e poi restano là, in un archivio impolverato ma sempre accessibile, poi a volte succede che ti fermi a pensare.
E

c’è

il

rischio

serio

di

riconsiderare

un momentino

il tutto.
Accade all’incirca quando è la tua, di storia, a crollarti addosso. Poi, guarda tu il caso, oggi è caduto pure il governo. Insomma c’è questa cosa che si chiama scrivere che poi diventa scrivere di sé e le cose si complicano, diventa tutto un turbinio sconnesso e incongruo in cui cercare le risposte, ma mica è come cercare un ago in un pagliaio, no, questa è roba molto più complicata. Bè, ero lì in cucina a bermi un cicchetto di quel liquore sudafricano che sembra Bayles ma più sudafricano, e a correre quel rischio
serio

di

riconsiderare

un momentino

il tutto,
quando a un tratto capisco una cosa. Le delusioni, le frustrazioni, la rabbia, il dolore, e quelle piccole gioie che si tengono, non a caso, nel portagioie che può essere un sorriso, o giù di lì, ti vengono a sbattere addosso senza neanche guardare. Non c’è CID che tenga, sono incidenti veri. E non parlo mica dei drammi esistenziali che potreste spulciare in un romanzo di Philip Roth. Dico roba pop. Cose di tutti i giorni. Così, sei lì a riflettere su quanti avvoltoi ci sono nel mondo, bestie vere e proprie, appostate in attesa come sentinelle silenziose e letali, pronte alla prima debolezza a saltarti addosso e sbranarti. E sei sempre lì, in quella cucina col Bayles sudafricano, e all’improvviso ti viene in mente una lunga lista di persone che c’ha la faccia come il culo. Roba che ti vomitano addosso parole e cose pesanti, magari pensando che non è poi così grave, né il fatto in sé, né il modo in cui lo fanno. E oltre a quelli che puoi incontrare nella strada di tutti giorni, ad esempio ti viene in mente Clemente Mastella.
Il bello di tutto ciò, mentre stai lì incazzato con te stesso a riflettere di cosa ti ha fatto incazzare, è che il bello non c’è. Ho un amico che dice sempre “il bello è che…”. Anche quando la frase potrebbe finire con “…sono morti tutti”. Non è bello, ma è un vizio linguistico. Oppure una filosofia di vita. Non lo so, ma un po’ mi fa riflettere. E magari anche a voi, se ci pensate. Comunque, tra le cose che capisci con certezza mentre sei in quella cucina senza più Bayles sudafricano, senza più governo e senza più forze, è che non si riesce più ad andare a dormire ad orari decenti. E senza dubbio, almeno questo, non è colpa dell’euro, signora mia.
Tra le altre cose, mentre stai seriamente riconsiderando un momentino il tutto, ad esempio gli ultimi periodi della tua vita, dove per periodi si intende un arco di tempo che va da ore ad anni, capisci che dovresti cominciare a pensare un po’ di meno, e fare un po’ meno cose, ed essere un po’ più. Questa non la finisco. Andiamo oltre, mi piace così.
Insomma, tra poco arriva il controllore e io mi devo nascondere al cesso, perché non ho il biglietto. E ovviamente non so neanche quale sarà la prossima stazione a cui ferma il treno, quindi tanto vale sbrigarmi a concludere. Eravamo al punto in cui io mi perdo nell’onirismo e mi ostino a dire che stavo correndo
il

rischio

serio

di

riconsiderare

un momentino

il tutto.
Pochi giorni fa ho finito di scrivere un fumetto, si intitola “Wonderland” ed è la storia di un uomo che finisce in un pozzo con un coniglio gigante e altri personaggi strani. Il resto non ve lo dico che poi vi rovino la sorpresa. Alla fine magari c’entra anche sto fumetto. Comunque mentre ero lì a riconsiderare me, la mia vita, il mio giro-vita e il giro di vite intorno a me, ho preso una decisione.

Se avrò una figlia, prima o poi, o un cucciolo di qualcosa, possibilmente un mammifero, insomma, credo che la chiamerò Alice.

Perché nel bene o nel male questo treno, quella cucina, e la cornice che ci portiamo dietro ovunque andiamo, che poi alla fine anche noi siamo i personaggi della storia di qualcuno, tutto ciò, per farla breve, è il paese delle meraviglie. E ognuno c’ha il suo.
Ecco

perchè

questa

è

una cartolina.



                                                                                                         




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19 gennaio 2008

Sto cojone qua sotto

 

La prima volta che ho letto Harry Potter avevo otto anni. Forse nove. Lo stringevo tra le mani con la stessa curiosità che avevo prestato a "Le tredici vite e mezzo del capitano orso blu", o giù di lì. Libri più impegnativi del Battello a Vapore insomma, ma niente di che. Eppure. In due giorni l'avevo finito. Alla Mondadori, che aveva appena aperto a Via Appia Nuova, Harry Potter era buttato in una colonnina anonima tra le "novità romanzi". Roba che oggi lo compri pure dar norcino. Eppure. All'epoca insomma ero lì che lo leggevo rapito, conscio che ne sarebbero usciti altri, sette per l'esattezza, ed ero felice, perchè avrei prolungato il piacere di quella lettura. Ma parlare di Harry Potter era una cosa tra pochi scelti. Insomma, niente cinemi, gadget o articoli ambigui. L'altro ieri ho finito il settimo e ultimo volume della saga. Lacrimucce e addii, il cerchio si chiude, finisce la giovnezza, metafore, mal de panza, tutto. E qualche riflessione.

Harry Potter è la narrativa pura. Descrizioni da libri per bambini, similitudini scontate, dialoghi semplici, e colpi di scena. Colpi di scena a non finire. Ma soprattutto una sorta di liturgia continua, perpetua, libro dopo libro, scene che si ripetono quasi a rassicurare il lettore. L’ultimo libro, in questo, è diverso. E’ originale, ma si trascina con una trama ormai tirata troppo per le lunghe per trecento pagine buone. Eppure. C’è questo fatto che il protagonista è cresciuto, che per una vita è stato appeso alle persone più grandi di lui, potendosi sempre fidare di qualcuno, e invece all’improvviso è un ometto, la morte lo circonda in modo forzato, quasi grottesco, e lui è là, e sulle sue spalle c’è il destino del mondo. E questo è interessante; che quel ragazzino legato al Male per la sua storia personale, viene catapultato in una sorte di Apocalisse che galoppa fino a esplodere nell’ultimo libro. Insomma c’è questo ultimo libro in cui le avventure circoscritte di un gruppo di personaggi diventano fatalistiche, mondiali, e Voldemort, il mago cattivo, diventa un dittatore astuto, e non malvagio per il gusto di esserlo, ma per la sete di potere e potenza che lo ossessiona. Anche Voldemort cresce, alla fine. La cosa bella di questa saga è che i lettori crescono insieme ai personaggi, e alla storia. L’intreccio e i temi si fanno sempre più impegnativi, si parla di morte in continuazione, e anche un po’ di omosessualità. Ma la scrittrice, quello è il bello, non è cresciuta. Lo stile è sempre quello. Gli imperfetti, i soggetti prima dei verbi, un mare di discorsi diretti. Eppure. E’ per quello che le trecento pagine del settimo volume che stentano a decollare alla fine sono come un bicchiere d’acqua. Dissetanti. E rapide, facili, immediate. A duecento pagine dal termine della storia, ti sembra di tornare bambino. Ti ricordi di quelle stesse emozioni che provavi sapendo di non poter chiudere il libro, qualunque cosa stessi facendo, perché era come se stessi guardando la fine di un film, col gran finale, e non si può stoppare un film nel momento del gran finale, neanche se è un dvd e tu devi assolutamente andare a fare la cacca, o giù di lì. E così ero lì a leggere quegli ultimi capitoli e mi sono sentito un bambino di otto anni (forse nove), che tira le somme della storia che lo ha affascinato di più per tutta l’infanzia. Perché il finale, diciamocelo, è proprio in grande stile. Quelle cose proprio coatte, con tutti i protagonisti di sempre che appaiono solo per nominarli, per ricordarli, per farli affacciare nella memoria del lettore confuso da quella folla di gente che ha conosciuto e incontrato per tutti e sette i libri.
Tirando le somme, l’ultimo libro mi ha un po’ deluso. Ma lo sapevo già prima di iniziarlo. Forse perché mi aspettavo cose tipo il finale di Fight Club, ma si vede che Chuck Palahniuk aveva da fare.
Oppure perché non volevo finirlo. Arrivare a cinquant’anni mezzo pelato e sedermi in poltrona con il sigaro e i baffi a leggere Harry Potter 36. Cose così.




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3 gennaio 2008

Anno nuovo

Quest'anno divento maggiorenne. E il mio sogno di pubblicare qualcosa prima di quella data svanisce insieme a tante illusioni. In compenso scrivo un altro racconto. Ormai lo faccio sporadicamente, ma quando lo faccio ve lo comunico. In futuro potrete dire di avermi letto quando ancora scrivevo sul blog. Cioè nel momento di massima popolarità, temo.


G
ennaio 2008. Vedo il sole vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo.

Vedo il sole vedo il sangue

Ho il labbro spaccato in due da un destro in bocca che avrebbe steso a terra perfino Terminator, cioè il governatore della California in persona. Invece no. Io resto in piedi. Questo mica si scoraggia. Pensa che la prima volta gli è andata male, vede che barcollo, e me ne tira un altro. Il secondo mi frattura uno zigomo, o qualcosa di simile, su per giù dalle parti dell’occhio. Stavolta mi fa male. Ma non cado. Non ancora. Quello mi fissa blaterando qualcosa. Sputacchia e ha gli occhi fuori. Muove la bocca in modo strano, come se cercasse in qualche anfratto dell’esofago la saliva che il suo corpo non produce. Chissà che s’è calato. Qualunque cosa sia, lo rende anche molto cattivo. Il terzo cazzotto mira in basso, e prende in pieno la bocca dello stomaco. Stavolta lo sento fuggire via in una nube di dolore, il respiro. Sputo anch’io per terra e lo predo su una scarpa. Una fottuta Stan Smith nera con gli stratch. La mia solita fortuna. E la mia solita mira. Il quarto pugno è un sinistro. Si vede che le nocche della destra cominciavano a fargli male. Certo, mai quanto la mia mascella. Forse si è scordato perché mi sta picchiando. Eppure continua. Io non mi proteggo, subisco tutto ma non cado. Non ho mai saputo dare le botte, e non mi è mai piaciuto. Certo non avrei mai pensato di incappare in Sandokan in persona. Vedo il sangue sgorgare a fiotti dalla bocca e dal naso che il quinto pugno mi ha rotto, sangue che cade a terra e che inonda il terreno, sangue addosso, sangue ovunque, lo vedo, vedo il sangue. Non ero solo. Non ero qui da solo. Dove sono gli altri? La ginocchiata che mi fracassa un incisivo è degna di un film. La mia faccia distrutta un po’ meno. Dove sono gli altri? Vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo gli altri. Arrivano. Tutti. Meglio tardi che mai. Sorrido. Non sono ancora caduto, Sandokan.
Gli sputo in faccia il sangue che mi resta in bocca, e finalmente mi lascio scivolare per terra.

-Commissà, gliel’ho detto de venì subito, l’ambulanza l’ho chiamata, ma questo è morto commissà, nun dà più segni de vita. Nu’ respira più, sì, semo sicuri commissà.-

A Goffredo gli volevano tutti bene. Potevate chiedere in giro ma tutti avrebbero risposto la stessa cosa. Quando era scappato di casa poi, in tutto il paese, Acerno, era scoppiato un pandemonio. Che Goffredo c’aveva solo dodici anni. Che più di tanto lontano non poteva essere andato. Che poi dove poteva essere scappato a dodici anni, senza un soldo in tasca?
No, macchè scappato, quello era un birbante già da piccoletto, s’era solo andato a divertì. Le nonne la pensavano così, e spesso avevano anche ragione. Stavolta però Goffredo era proprio scappato. Se n’era andato, una notte che faceva un freddo bestiale, e non era più tornato. Fino a quel giorno, chiaramente. Quel giorno c’era pure lui. In realtà, ma questo si sarebbe scoperto solo dopo, Goffredo voleva andare alla partita. E in quei giorni lontano da casa aveva trovato il biglietto, ore di fila davanti all’AS ROMA Store e mesi di risparmi messi da parte. E alla fine l’aveva comprato. Quel giorno, quando uccisero il fratello a pochi metri da lui, Goffredo c’era.

Mauro è un bambino cresciuto scorazzando tra i tavoli del ristorante del padre e del nonno, poco fuori Salerno. Mauro non è un bambino. Mauro è un ragazzo uscito da scuola senza aver imparato niente di importante, marinandola la maggior parte delle volte e perdendo un anno, fra l’altro. Mauro non è un ragazzo. Mauro è un uomo convinto di poter vivere prendendo in mano quel piccolo ristorante. Mauro è un volto spaesato di fronte al locale ceduto ai creditori del padre. Impossibile. Non gli avevano detto niente. Avevano aspettato che maturasse il tempo per fargli notare che gli era stato privato il futuro più immediato. Mauro è un treno per Roma, una scuola, un esame, un’attesa snervante e alla fine Mauro è una divisa della Polizia di Stato impiegata nella capitale, lontano da quel ristorante non più suo, perso poco fuori Salerno.

Vedo il sole vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo.
Vedo la luce filtrare tra le sbarre come una pugnalata che trafigge l’acciaio. Vedo gli uccelli rincorrersi volando nelle traiettorie eteree e invisibili del cielo. Vedo il sangue. Sangue che sgorga ovunque, sangue per terra, sangue addosso, sangue a lavare e inondare la scena. E alla fine, spostando leggermente lo sguardo, vedo quel ragazzino, Goffredo. E’ venuto anche oggi.

Sandokan sa che Roma-Napoli è già iniziata. Ma lui ed Ermete hanno un compito preciso da svolgere. Si allontanano dal settore ospiti, mentre dentro l’Olimpico esplode il pandemonio. Il fischio d’inizio. La partita può aspettare. Hanno fermato Sergio, poco fuori lo stadio. Non possono proseguire senza Sergio. Erano settimane che progettavano di andare a quella partita. Lui, Ermete e Sergio. Solo che ora Sergio non c’è. Bisognerà trovarlo, per forza. Non può essersi mica volatilizzato.
Sergio vede un enorme pastore tedesco saltargli addosso e pensa che non gli sono mai piaciuti i cani. Quando poi la bestia inizia a infilargli il muso dappertutto, Sergio capisce. E anche se è poca roba, dubita che la polizia lo farà andare oltre, ora che quel fottuto cane ha messo tutti in allerta. Lo perquisiscono e in breve gli trovano due mezze d’erba addosso. -Lei deve venire con noi-. E addio partita.
Goffredo è allo stadio con un gruppo di napoletani simpatici conosciuti lì. Gli offrono da fumare e da bere, ma lui ha solo dodici anni. E vuole vedere Lavezzi incartare Mexès, del resto non gliene frega niente. Vuole vedere la palla correre da un lato all’altro del campo e gonfiare la rete, vuole sentire lo stadio esplodere. E vuole esplodere con lo stadio, re per due ore di quel paradiso ritagliato su misura a duecento chilometri da casa sua, Acerno, poco fuori Salerno.

-Commissà, c’è un problema, che qua, tra questi c’era Parandelli. Alberto Parandelli, commissà, ha capito? Se sbrighi a venì qua che io non so’ più che tocca fà-.

Sandokan, Ermete e Sergio sono amici da una vita. Per questo quando la polizia ferma Sergio all’entrata dell’Olimpico, Sandokan ed Ermete si preoccupano. Capiscono subito che devono averlo beccato con l’erba addosso, quei cinque grammi o giù di lì che c’aveva. E invece, mentre aspettano che Sergio esca dal gabbiotto di polizia sopra la Monte Mario, non sono neanche più di tanto preoccupati. Quando lo vedono uscire, con un occhio nero e con una copia del verbale che dice che il cane s’era sbagliato, e che lui non c’aveva niente addosso, Sergio è incazzato: -M’hanno fregato tutto. M’hanno menato e m’hanno fregato tutto, stronzi!Sti stronzi m’hanno fottuto.-
Sandokan lo ascolta, e increspa un sorriso. -Sta’ tranquillo Sergio. Mo li fottiamo noi.-

Goffredo mica lo sapeva che lì allo stadio c’era pure suo fratello. Sennò gli avrebbe chiesto di dargli una mano con mamma e papà per coprirlo e andare alla partita. Magari il fratello riusciva perfino a trovargli un biglietto. Gli evitava quelle ore di fila per comprare un biglietto della Roma, fra l’altro, neanche del Napoli. Ma vabbè, ormai ci stava. L’importante era solo la partita. Vede la gente correre dentro lo stadio, vede i colori, vede gli striscioni, vede l’emozione crescergli dentro, e poi alla fine, vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue, vede il fratello.

Alberto Parandelli è il figlio del vicequestore.
Sandokan è un cristo di un metro e novanta per centocinque chili.
Mauro è un poliziotto di Acerno, un paese del Salernitano.
Goffredo è un ragazzino di dodici anni, scappato di casa solo per vedere la partita, a Roma.

Sandokan ha un chiodo fisso in testa. Quegli stronzi hanno fottuto Sergio, e mo li fottiamo noi. Vede un poliziotto muoversi da solo, poco lontano da loro, e lo chiama a gran voce. Il resto è sangue. Solo sangue.

-Mauro, te chiami Mauro vè? Senti facce er favore, vacce a prende i caffè. Sei caffè, per tutti, grazie, dì che è per Alberto, manco li paghi. Grazie, e non li fa freddà.-
Alberto Parandelli è il figlio del vicequestore di Roma, e fa l’agente di polizia. La sera della partita Roma-Napoli è allo stadio, insieme a Mauro -Mauro è un treno per Roma, una scuola, un esame, un’attesa snervante e alla fine Mauro è una divisa della Polizia di Stato impiegata nella capitale, lontano da quel ristorante non più suo, perso poco fuori Salerno-. Sono nello stesso reparto. E hanno praticamente lo stesso grado, se solo non fosse che Alberto è il figlio del vicequestore. Cioè è comunque un gradino sopra agli altri. Chiunque essi siano. Per questo, quando Alberto chiede a Mauro i caffè, e questo significa uscire dal gabbiotto della Monte Mario per prenderli, Mauro non dice una parola. Lo fa e basta.

Ho il labbro spaccato in due da un destro in bocca che avrebbe steso a terra perfino Terminator, cioè il governatore della California in persona. Invece no. Io resto in piedi. Questo mica si scoraggia. Sputo per terra e lo predo su una scarpa. Una fottuta Stan Smith nera con gli stratch. La mia solita fortuna. E la mia solita mira. Il quarto pugno è un sinistro. Si vede che le nocche della destra cominciavano a fargli male. Certo, mai quanto la mia mascella. Io non mi proteggo, subisco tutto ma non cado. Non ho mai saputo dare le botte, e non mi è mai piaciuto. Certo non avrei mai pensato di incappare in Sandokan in persona. Vedo il sangue vedo il sangue vedo il sangue vedo gli altri. Arrivano. Tutti. Meglio tardi che mai. Sorrido. Non sono ancora caduto, Sandokan.
Gli sputo in faccia il sangue che mi resta in bocca, e finalmente mi lascio scivolare per terra.
Mi chiamo Mauro, vengo da Acerno, in provincia di Salerno, e faccio il poliziotto a Roma.

La prima cosa che Goffredo pensa è che quello è suo fratello. La prima cosa che Goffredo pensa è che quello è suo fratello, e che suo fratello è morto. Quello è mio fratello, mio fratello è morto. Vedo il sangue. E’ morto.

Sandokan incrocia Mauro che andava a comprare i caffè, gli guarda con odio la divisa e lo massacra di botte. Ermete e Sergio provano a calmarlo, ma non c’è niente da fare. Sandokan è una furia di violenza insensata e indomabile, la noia che si trasforma in sangue, il sole che si trasforma in buio, l’Orrore strisciante dell’incomunicabilità che esplode nelle cartilagini violentate di quell’uomo in divisa, quei capillari esplosi per siglare il patto col nulla della brutalità. Ermete e Sergio provano a dire basta a quel treno di rabbia ribollente covata per anni sotto l’epidermide della frustrazione e liberata alla terra nel grido assordante del sangue. Sangue addosso, sulla divisa di Mauro, sulle scarpe di Sandokan, quelle Stan Smith nere con gli stratch. Sangue ovunque. Lo vedono tutti, il sangue. Cioè che nessuno vede è il sole che non brilla più negli occhi di Sandokan, il sole che non brilla più nel cuore di Mauro “mamma, io pensavo di tornare ad Acerno, aprire una piccola attività lì con voi, non mi piace Roma, non mi piace per niente, prendo una miseria e sono coperto di insulti tutto il giorno”, il sole che non ha mai brillato negli occhi di Alberto Parandelli, Albertino il figlio del vice-questore, che si avventa insieme a quattro colleghi su quel cristone di nome Sandokan mentre l’agente di Acerno, tale Mauro, è disteso per terra, in un lago di sangue. Cioè che Ermete e Sergio non vedono mentre fuggono lasciando Sandokan al suo destino sono i colpi di manganello di Albertino e dei suoi compagni, vendetta, rabbia, potere, l’ebbrezza travolgente della pistola nella fondina e il distintivo appuntato sulla propria camicia. L’ebbrezza travolgente di essere dalla parte del giusto. Le forze dell’ordine. E Sandokan che si affloscia in un mare di grida, lui, il mastino napoletano, la bestia che aveva avuto le palle di mettere al muro un poliziotto e menarlo fino a stenderlo a terra. Sandokan che neanche si accorge che in realtà lo conosce lui, a quel poliziotto che ha ammazzato di botte. Sandokan e Mauro, due facce opposte della stessa medaglia. Due compaesani. Due compagni di classe nella scuola elementare di Acerno. Ciò che Ermete e Sergio non vedono mentre fuggono lasciando Sandokan al suo destino è il piccolo Goffredo, nascosto a pochi metri da quella macelleria.

-Ragazzino, sei sicuro che quello era tuo fratello?- -Certo che sono sicuro, solo lui aveva le Stan Smith nere con gli stratch.-

La prima cosa che Goffredo pensa è che quello è suo fratello. La prima cosa che Goffredo pensa è che quello è suo fratello, e che suo fratello è morto. Suo fratello, Sandro Zemenelli, detto Sandokan, il terrore di tutti professori di Acerno e dintorni, è morto ammazzato dalle botte della polizia.

Vedo il sole vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo il sole vedo il sangue vedo.
Vedo la luce filtrare tra le sbarre come una pugnalata che trafigge l’acciaio. Vedo gli uccelli rincorrersi volando nelle traiettorie eteree e invisibili del cielo. Vedo il sangue. Sangue che sgorga ovunque, sangue per terra, sangue addosso, sangue a lavare e inondare la scena. E alla fine, spostando leggermente lo sguardo, vedo quel ragazzino, Goffredo. E’ venuto anche oggi. Lo fa da due anni. Da due anni mi viene a trovare, senza dire una parola. Me lo ricordo quando io e suo fratello avevamo l’età sua, e lui era un bambino sveglio, già dall’epoca. Certo che il mondo è piccolo. Tutti e tre allo stadio eravamo, roba da non crederci. Il mondo è piccolo e orrendo, certe volte. Come quello stronzo di Alberto Parandelli, quello sporco assassino in divisa che è ancora libero di ammazzare chiunque, fuori di qui. Dietro alle sbarre ci sono finito io, ovviamente, e quei quattro che hanno ucciso Sandokan. Ma lui, il figlio del vice-questore, “in quel momento stava comprando i caffè”, certo. E io che ero svenuto per terra in un lago di sangue, come potevo averlo ammazzato io a Sandokan? Io che non ho mai fatto a botte in vita mia? Dovevo aprire un altro ristorante, come papà e nonno. Vedo il sangue. Vedo il sangue, ancora, notte dopo notte, negli incubi continui che mi impediscono di dormire, sangue sempre. Però da quando questo ragazzino di Acerno, Goffredo, mi viene a trovare, fino qui, al carcere di Salerno, e si siede davanti a me e non dice niente, perché ha ragione, non c’è niente da dire, c’è solo lo schifo che si protrae avanti nei giorni e negli anni, ovunque, come il sangue che vedo dappertutto, da quando Goffredo si siede nell’orario colloqui al tavolo con me, e ci fissiamo senza pronunciare una parola, che io non so neanche se lui lo sa che io Mauro Tartarella, di Acerno proprio come lui, sono innocente, da quando questo ragazzino con gli occhi che brillano mi viene a trovare, io non vedo solo il sangue. Per la prima volta, da tanti anni, finalmente, vedo anche il sole. Lo vedo filtrare tra le sbarre, sfiorarmi e fuggire via, un attimo solo ogni giorno, ma lo vedo il sole, lo vedo nella comprensione e nel perdono, nell’umanità di quel ragazzino di nome Goffredo che mi ha offerto il suo sole e i suoi occhi perché io potessi sopravvivere in questo inferno di cemento e ingiustizia. Vedo il sangue e lo vedrò finchè campo, ma vedo anche il sole, finalmente. E so che Albertino Parandelli, il più grande paraculo di questo mondo non avrà mai la mia stessa fortuna, perché nei suoi occhi non c’è, e non ci sarà mai, la fortuna di un raggio di luce.

-Commissà, abbiamo risolto con le deposizioni. Non ci sono testimoni. Parandelli se la cava. Diciamo che andava a comprà il caffè. C’è un altro che è messo male, è uno dei nostri, il morto l’ha menato a sangue prima d’esse ammazzato. Non lo so, eh, non lo so me dica lei. Se ce buttamo in mezzo questo malmenato potemo dì che era legittima difesa. Sennò quei quattro restano fregati di brutto. Mettemoce pure sto Mauro Tartarella, messo com’è, facciamo capì che gli agenti si sono solo difesi. Gli scontano la pena a tutti, vedrà commissà.-

Gennaio 2008. Goffredo è venuto anche oggi.
Marzo 2008. E’ venuto anche oggi.
Giugno 2008. E’ venuto anche oggi.
Settembre 2008. E’ venuto anche oggi.
Dicembre 2008. E’ venuto anche oggi.
Aprile 2009. E’ venuto anche oggi.
Novembre 2009. E’ venuto anche oggi.
Gennaio 2009. Nella mia cella c’è sempre meno sangue. E sempre più sole. E’ venuto anche oggi.


                                                                                                                                 




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24 dicembre 2007

Sangue nel presepe

 

Cera qualcosa che la disturbava. Non sapeva dire bene cosa, ma si trattava di una di quelle bruciature di sigaretta che infestano la visuale, semi-nascoste in qualche angolo dello schermo. Così, si guardava intorno e non riusciva a capire. Era certa che doveva essere un particolare importante, anche se apparentemente non capiva cosa. Sua nonna era stesa sul divano, la testa all’insù, la bocca spalancata e il naso ondeggiante al ritmo del suo russare. Ma non era quello. Maria lo sapeva. Non era il fastidio di sua nonna mezza brilla alla cena della vigilia che era crollata sul divano affianco a suo zio. Non era il suo cuginetto sovraeccitato che inveiva contro un Babbo Natale a suo dire troppo parsimonioso. Non era il rombo spalancato sulla tavola e imbottito di patate, che a lei, vegetariana, faceva comunque un po’ schifo. Non era la vecchia signora Farz, amica di sua madre, senza una famiglia, che ogni Natale si imbucava di straforo al cenone. Non erano le luci dell’albero ipnotiche e seducenti. Non era il mal de panza da torroncini che la faceva andare e venire dal cesso in camera sua. Maria lo sapeva. Doveva essere qualcos’altro. Forse il suo nome che sembrava appena uscito dal presepe con cui ora suo cugino giocava. Forse la messa cui aveva dovuto assistere alle sei nonostante il suo fermo ateismo. Forse un brutto foruncolo che aveva sulla chiappa destra e che la faceva stare scomoda ovunque si sedesse. Forse il maglione di suo padre rosso come un Gabibbo d’altri tempi. Forse la somma di tutte quelle cose, forse, semplicemente, l’atmosfera natalizia. Eppure lei non era del tutto convinta. Ci doveva essere un motivo più radicale, profondo. Una causa che le provocava quel fastidio progressivamente occlusivo e insopportabile. E alla fine, finalmente, lo capì.

Era il giornale. E i pacchetti di Natale sotto l’albero. Quel nome. Iole Tassitani. Quel titolo. Uccisa e fatta a pezzi. E quei pacchetti, infiocchettati, imbellettati di lustrini e cazzate colorate. Maria se li immaginava, i suoi normalissimi parenti, scartare contenti i regali e trovarci dentro i pezzetti di Iole. “Una gamba, che bella, era proprio quella che volevo, come hai fatto?” Con una sega elettrica, o un machete, presumibilmente. La scientifica ci stava ancora lavorando. Era insomma il giornale e quel cadavere sparso in un garage nel nord Italia che la faceva riflettere sull’idillio di pace e tranquillità delimitato dalle sue quattro mura e la giungla di sangue cresciuta di fuori al ritmo strisciante dell’Orrore. E non ci sarebbe stato nessun Gesù, nessun arcangelo o nessuno dei re Magi a consolare Maria. Per non parlare di Giuseppe, poi. Lei non ci credeva nei simbolismi, e non credeva neanche in Dio. Eppure, a quella vigilia di Natale, una donna era stata fatta a pezzi da un falegname. 


                                                                                                                          




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7 ottobre 2007

Miracoli

                    
              
             Miracoli

Alle dieci e trentaquattro minuti circa di un’assolata Domenica mattina, nel cortile interno dell’Istituto Paritario S.Teresa di via Ardea, Roma, un drappello di persone osservava inorridito la scena inaspettatamente esplosa di fronte a loro.

Mario Rinaldi si era giocato tutti i denti per il freddo che aveva sentito fin dentro le ossa al fronte russo di Dniepropretowsk, 1941. Guidava camion nella neve alta un metro sperando ogni giorno che fosse l’ultima volta che vedeva quella steppa. Aveva una pistola, ma non sapeva come usarla. Quando, un gelido Mercoledì di Febbraio, due soldati russi tentarono di assaltarlo, lui reagì con la prontezza impulsiva dell’istinto. E sparò. Negli occhi gli restò per sempre l’immagine di quei due buchi fumanti fra le costole dei soldati. E per non dimenticare l’Orrore che aveva vissuto rubò loro un fucile. Un Nagant a retrocarica, vecchio modello dell’industria bellica sovietica. Lo prese con sé e lo portò a casa, insieme alla pelle che aveva miracolosamente salvato.

Roberto aveva un chiodo conficcato in testa. Un chiodo che gli faceva un male cane. Si tastò la nuca per essere sicuro di essere ancora vivo, e scoprì sconsolato che si trattava di una semplice emicrania. Si mosse nel letto provando a ricapitolare la situazione. Con la testa appoggiata sul cuscino provò a ripercorrere la serata precedente, e ci riuscì, ci riuscì fino al quarto shootino preso al pub dietro scuola. Dopo, buio totale. Il solito sabato sera buttato nei fumi dell’alcool. La testa faceva così male che pensava di stare delirando. Addirittura sentiva delle preghiere. Assordanti preghiere e canti di chiesa urlati da un microfono. Si mise il cuscino sopra le orecchie per scacciare dai recessi della mente quella interferenza neurale insopportabile, e fu proprio in quell’istante che spalancando gli occhi si rese conto che erano solo le dieci di mattina, e che quella musica non era affatto nella sua testa.

Quello che ti dicevano tutti in quella scuola, era che quando avevi un problema, se dovevi parlarne con qualcuno, la persona giusta era Lucrezia, la madre superiora. Lucrezia era una suora sulla trentina, ma dietro i voti e quell’abito c’era molto altro. C’era intanto una ragazza solare, empatica e comprensiva. Una ragazza che sapeva ascoltare e parlare quando necessario, una ragazza che amava i bambini e la vita. Una ragazza che aveva rinunciato a tutto per abbracciare le vie del Signore.

Faccio i gradini di fretta, infilo le chiavi nella toppa, giro la chiave, e appena la serratura scatta mi ritrovo sul terrazzo. Sei piani sopra la terra, trenta metri dal mio bersaglio. Scommettiamo che non si ripeterà mai più questa storia?

Ogni volta che Roberto invitava a casa gli amici, qualcuno, passando per il salotto, gli chiedeva che cosa ci facesse con quel fucile russo della preistoria seminascosto dietro una teca. E a tutti lui rispondeva : “Boh, è roba di mio nonno”.

Quella mattina Lucrezia, la madre superiora, era indaffaratissima. Per questo, mentre correva avanti e indietro per il cortile cercando di organizzare tutto il meglio possibile, non si accorse di cosa stava per succedere.

In quel palazzo d’angolo tra via Lavinio e via Ardea, dove Mario Rinaldi nel ’53 aveva acquistato un piccolo appartamento, avevano sempre avuto problemi con i piccioni. C’erano piccioni ovunque, nel chiostrino, sui cornicioni, perfino sulle grondaie. Maledetti uccelli, non facevano mai niente di buono, erano capaci solo di portare le malattie.

Quando Roberto si alzò in piedi, fissando la radiosveglia con sguardo assonnato e incredulo, spalancò la finestra e vide nel cortile di fronte casa sua le suore della scuola S.Teresa organizzare una festicciola piena di bambini e preghiere a settantamila decibel, alle dieci e quattro di domenica mattina, pensò che non era possibile. Pensò che era la seconda volta in un mese, e lui non ce la faceva più. Doveva fare qualcosa.

Appoggio questo pesante fucile sul parapetto, mettendo l’occhio dietro il mirino. C’è un solo pallettone dentro, è l’unico che ho trovato. Devo essere preciso. Queste suore mi hanno rotto le palle. Ogni Domenica la stessa storia. Ma ora glielo faccio vedere io. Scommettiamo che non si ripeterà mai più questa storia? Bang.

Lucrezia lo sapeva. Che comunque andasse lei era destinata ad abbracciare il Signore, che qualunque fosse il suo futuro la sua vita era consacrata alla trascendente certezza della fede. Lucrezia lo sapeva, che la giustizia esiste, ed è nelle mani di Qualcuno, Lassù. Lucrezia lo sapeva. E ci credeva, con tutto il cuore.

Erano le dieci e ventinove minuti quando Roberto, attraversando il salone di corsa, incazzato come una biscia, si accorse che qualcosa non andava. Il fucile del nonno, il Nagant di fabbricazione sovietica, era scomparso.

Alle dieci e trentaquattro minuti circa di un’assolata Domenica mattina, nel cortile interno dell’Istituto Paritario S.Teresa di via Ardea, Roma, un drappello di persone osservava inorridito la scena inaspettatamente esplosa di fronte a loro, Mario Rinaldi, in un accesso di follia, sparava dal suo terrazzo un proiettile in direzione del cortile della scuola, e Roberto Rinaldi cercando qualcosa da tirare contro quelle suore che lo avevano svegliato presto di Domenica mattina, si accorgeva che il fucile del nonno era sparito dalla teca.

Alle dieci e trentaquattro minuti circa, ma Lucrezia già lo sapeva, la giustizia fece il suo corso.

Quando si accorsero di quel piccione spappolato in mezzo al cortile, le sorelle del S. Teresa si sbrigarono a pulire tutto e far finta di niente. Non potevano sapere che la vita della madre superiora, appesa a un filo, era stata graziata dalla casualità di quelle due traiettorie incrociatosi per sbaglio. Quel proiettile e quell’uccello.
Non potevano sapere che nella tetra banalità di quella liturgia chiamata quotidianità, a metà tra la loro fede e l’insofferenza malata di un vecchio pensionato che aveva vissuto l’Orrore, si era appena consumato un miracolo.



                                                                                                      




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3 settembre 2007

Estate

 
Bentornati...e buona lettura.

-Dove?-
-Laggiù.-
-Dove devo guardare?-
-Lì, oltre gli scogli, dove comincia la terra.-
-Tu riesci a vederlo?-
-Sì.-
-E che cos’è esattamente?-
-Il nulla. Soltanto il nulla.-

ARMAGEDDON

“Io non sa. Come mia vita finire, quando mia vita finire, se ora è momento che finire. Io sa solo che sente freddo fino nelle ossa e gente qui sta male. Una signora ha svenuta e io vuole aiutare, ma non sa che fare. Io non sa. Se io può vivere ancora e lavora qui per mia famiglia, io prego Dio che aiuta me, se io può scendere da barca ancora vivo, non beve più. Questa è promessa.”

“E’ strano. Non so come dire. Un momento stai stringendo la cloche della tua vita tra le dita, saldamente stretta in mano, e un attimo dopo sei nel baratro. E’ qualcosa di strano. E’ strano guardarsi intorno e fissare il mondo che cade, tutto intorno a te, tranquillo nel tuo abitacolo mentre fuori scoppia l’Armageddon. L’inferno in terra. Fiamme alte come alberi e il mio corpo che cade nel nulla. L’elicottero perde il controllo. Troppo vicino alle fiamme. E’ strano. Un momento sei un’aquila che osserva al riparo il mondo scoppiare sotto di sé, e l’attimo dopo stai esplodendo anche tu. Non volevo finisse così. Non so come dire. Sono un corpo che cade nel vuoto. L’elicottero sta cadendo a picco nell’inferno. Fuori, la follia del fuoco. Dentro, una vita senza controllo.”

“Il mondo fuori sta urlando. Mi urla qualcosa, ma non riesco a sentire. Delle luci catarifrangenti lampeggiano fra la retina e la cornea, in una sequenza puntuale e precisa. Fa caldo, e alzo l’aria condizionata. La radio prova a soverchiare il grido del mondo, ma non ce la fa. La macchina che corre, il subwoofer che pompa fino a scoppiare, io come una freccia di sole nel cuore della notte, tutto insieme in un simposio corale di potenza. Io sono la potenza. La lancetta del contachilometri si muove, rapida, mentre il motore ulula, giro dopo giro, Dedalo che vola incontro al sole. Le ali non si squaglieranno sta volta. Non c’è oblio che tenga. Potenza che scivola sull’asfalto, incatenata alla terra dalla gravità e svincolata da essa nel nome della velocità. Io sono la potenza, e per quanto il mondo di fuori stia urlando di fermarmi, niente mi fermerà. Amen”.

“Giustizia è una parola di cui ho dimenticato il significato. L’ho trovato morto poco dopo mezzogiorno, le gambe spezzate e un’impalcatura sfasciata per terra. Avrà avuto l’età di mio figlio. Sedici anni. Quando è successo sono corso ad avvisare il capo cantiere. Poi ho deciso di chiamare la famiglia. Io lo conoscevo. Pensavo che rendesse il tutto più umano. Ma non so cosa ci sia di umano nel ricevere una telefonata per scoprire che è morto il proprio figlio adolescente, mentre lavorava sotto il sole cocente per racimolare i soldi necessari a comprarsi il motorino.”

“Sta arrivando. Vedo già il vestito nero, e lungo. Sta arrivando ma io non sono preparata. Non volevo che venisse proprio adesso. Sono stata bene questa sera, forse ho alzato un po’ il gomito, ma Emanuele mi ha fatto stare benissimo. E si ferma tutto il mese qui, voglio proprio vedere se farà finta niente dopo quello che c’è stato questa sera. Forse potrei non saperlo mai. Questo mi spaventa. Sta arrivando, ma io non voglio. Eppure le gambe non riescono a muoversi. Non posso andarmene, o fare finta di niente. Già la vedo, è vicinissima. Viene a prendermi, ma io non voglio andare. Mi basterebbe chiamare Emanuele, sono sicura che lui mi porterebbe via con sé. E invece non c’è nessuno ora. Sono da sola, mi tremano le gambe, lei è sempre più vicina. Viene a prendermi e non potrò mai più tornare indietro. Vedo già il vestito lungo e nero. La falce. E il suo oscuro sorriso.”

-Te l’ho detto. A me non me ne frega niente che il caporale ha detto di aspettare. Io vado.-
-Aspetta, Mariè, pensaci un attimo. Non ha detto che non dobbiamo intervenire, ma ha detto di aspettare che ci dicano se tocca proprio a noi.-
-Ma siamo a pochi metri. Non ci impieghiamo nulla, Renà. Non possiamo aspettà che muoiono tutti.-
-Mario non te devi preoccupà, lo sai che ste cose so complicate, non se sa mai chi è che poi li ospita, ma alla fine qualcuno li salva.-
-Renà, lo so che non te và de contraddì er caporale. Non te devi preoccupà. Dirai che so stato io, che t’ho costretto. Non ce la faccio a vederli là senza fa niente. Se mandano la Guardia Costiera da Malta c’è il rischio che ci impiegano due ore, e questi so tutti già morti. Noi ci stiamo. Stiamo qua. Te l’ho detto. Io vado a prenderli.-

-Sì, salve, vorrei denunciare la presenza di un incendio al km 33 della Statale 86. Mi sembra piuttosto violento. D’accordo. Sì, mi allontano. Prego, si figuri. Arrivederci.-

“La sequenza di catadiottri si interrompe. Sono sbucato poco fuori una cittadina. Mi sembra ci sia un semaforo. Ma la strada è desolata, e…oh cazzo dove ho messo la coca? Nel cassettino non c’è. Non è che mi è caduta a qualche curva? Porcaputtana. Forse è sotto il sedile. Infilo una mano e cerco, ma non riesco a capirci un cazzo. La strada è desolata. Guardo sotto e non vedo niente. Accendo la luce. La strada è vuota. Dov’è la coca? C’era rimasta una pista buona, cazzo! La luce rossa del semaforo. Io sono la potenza. L’Alfa GT di papà scarica sui pneumatici i suoi 2500 cilindri e i suoi centoventi chilometri orari. Non c’è oblio che tenga. Potenza che scivola sull’asfalto, incatenata alla terra dalla gravità e svincolata da essa nel nome della velocità. La velocità. Dove cazzo ho messo la coca? Il semaforo rosso. La potenza. Con questa cintura non riesco a chinarmi. Me la slaccio, un dito a reggere il volante, la testa sotto il sedile, e finalmente la trovo. Magari mi acchitto l’ultima striscia prima di tornare a casa. Oh…ma che cazzo, stavo andando fuori strada. Raddrizzo il volante e pochi metri prima di attraversare l’incrocio scatta il verde. Ahah, neanche ho commesso un’infrazion…”

“Io non sa. Io non sa se quella barca è angelo venuto a salvare noi aggrappati a gommone mentre onde affogano bambini e donne. Io vede sirene e capisce che è Polizia, ma non ha paura di esse clandestino. Io ringrazia cielo perché non interessa me di galera. Io vuole solo vivere. Solo vivere.”

“Sta arrivando per portarmi via. Con la sua falce e il suo sorriso oscuro. Sono da sola, in mezzo la strada, oddio, credo di aver bevuto un po’ troppo in effetti, perché ho la vista un po’ annebbiata, eppure sono sicura che lei mi sta per venire addosso, e un momento, quella luce non era verde?Ora è rossa? Eppure non sono più in discoteca, ahah, se mi sentisse Emanuele non direbbe che non so fare le battute. No, ma quale discoteca, quella è luce del semaforo, proprio così, ne sono sicura. Qui non c’è nessuno, comunque è meglio sbrigarsi ad attraversare. Soprattutto perché ora ci vedo bene, la luce del semaforo è rossa.”

-Mario aspetta. Aspetta Mario ha chiamato il caporale. Ha detto che sono acque maltesi. Che ci pensano i maltesi, Mario.-
-Non mi interessa Renà, ormai ci siamo, con che faccia me ne vado?-
-E pensa alla faccia de tua moje allora. Quando saprà che t’hanno degradato, se te va bene. Mario lo sai che gli ordini non se discutono.-
-Renà, te c’hai ragione, ma non è una questione de gradi, o de licenziamento. E’ questione che ce so delle persone da salvà. Le portamo a Lampedusa e chissenefrega.-
-Lo sai che non c’entrano più, e che ce licenziano a tutti e due se famo sta cosa. Stanno ad arrivà i maltesi, Mario. Lascia perde. Te prego.-
-Renà…-
-Te prego.-

-Oddio santo, ma quell’elicottero sta precipitando nell’incendio! Omadonnaomadonna. Chiama qualcuno Francè, hai visto che cazzo è successo?L’elicottero fottuto è cascato in quell’inferno. Oddio pensa chi stava a bordo…-
-Stai tranquilla Irene. Quelli so professionisti. Si saranno già catapultati fuori col paracadute, stanno fuori pericolo. E’ solo un incendio in finale. Scialla, alla fine li spengono sempre. Poi dice che so i pastori che se danno foco all’alberi pe’ facce sopra i pascoli. Famojeli fa, che ce frega.-
-Francè non hai capito, come fanno quelli a salvarsi? Sono spacciati, dai chiamiamo la polizia o i pompieri!-
-Ma che te chiami? Sai quanta gente avrà già chiamato pe’ denuncià sta cosa? Rischi solo de intasà la linea, fidate. Sta tranquilla mo li salvano, e spengono pure l’incendio. Anche se a vedello da qua è bello no? Dai semo venuti in Salento pe’ fa na vacanza, mica pe’ preoccupacce.-

“Non ce la posso fare. Ho perso il controllo e cado nel vuoto. Deve far caldo. Un caldo infernale. Fiamme alte come alberi e nessun albero che abbia resistito alle fiamme. Porca miseria. Sono morto.”

“Io non sa. Io non sa perché barca di polizia improvviso ha girato e è andata via. Io sente freddo e gente sta male. Loro stava per salvarci e improvviso ha cambiato strada e è scomparsa. Io non sa perché. Loro non costava niente di salvare noi. Poi noi tornare in Albania, tutti. Non fa niente. Ma prego salvare noi. Invece no. Ora noi attaccati a gommone distrutto con onde che sbattono e non sa se possiamo vivere ancora o ha finito. Io voleva venire solo per lavorare. Ma se io non può lavorare io torna a casa. Però io una cosa non voleva fare. Io non voleva venire per morire”

-Buonasera, avevo chiamato poco fa per denunciare l’incendio vicino alla Statale 86. Volevo comunicarvi che ho visto un elicottero dei soccorsi perdere il controllo e cadere. Si, d’accordo. Ah, già lo sapevate. Sì, esatto. Ah va bene, sì non intasiamo la linea per carità. Prego, prego, arrivederci.-

“Buonasera signora. Lei è la madre di Gennaro?Volevamo dirle che ci dispiace molto per quello che è successo. Sappiamo che non c’è molto che si può fare nel momento del dolore, ma suo figlio era un ottimo lavoratore e vogliamo che lei accetti questo piccolo risarcimento che le offriamo. Prenda questi soldi e pianga suo figlio. Ci dispiace davvero. Mi raccomando, se c’è qualcos’altro che possiamo fare ce lo dica. Venga da noi. Sa chi siamo e sa che sistemeremo la sua famiglia in qualunque momento ne abbia bisogno. Siamo qui per aiutarla. Arrivederci”.

Un’auto lanciata nel nulla contro ogni raziocinio e una ragazza che la accoglie a braccia aperte mentre attraversava col rosso. Un ragazzino morto mentre costruiva una casa perché nessuno si era preoccupato di controllare l’impalcatura sulla quale lavorava. Un ragazzino morto nel nome del silenzio perché lavorava in nero, in uno Stato parallelo di nome mafia. Una barca della polizia che lascia venti clandestini a morire nel mare perchè la viltà della burocrazia è più forte dei sentimenti umani. Un elicottero che cade nel fuoco mentre tentava di spegnerlo. E a fare da cornice a tutto ciò, l’indifferenza.

L’Armageddon.

-Dove?-
-Laggiù.-
-Dove devo guardare?-
-Lì, oltre gli scogli, dove comincia la terra.-
-Tu riesci a vederlo?-
-Sì.-
-E che cos’è esattamente?-
-Il nulla. Soltanto il nulla.-
-E cioè?-
-E’ il nulla che striscia silenzioso tra la gente. E’ il nulla che cavalca ogni tempo. E’ il nulla di chi legge il giornale senza capire, o inarcare almeno un sopracciglio. E’ il nulla di chi pensa che tanto a lui non capiterà mai. E’ il nulla che fa sembrare l’orrore lontano quando è sempre e ovunque intorno a noi. E’ il nulla di un fotografo che lucra sull’idiozia di due ragazzine finite sotto i riflettori dopo un omicidio. E’ il nulla dell’indifferenza.-
-Ma tu mi hai salvato dal nulla. Qualcosa si può fare. Tu mi hai spostato da quella macchina che stava per uccidermi.-
-Tutti possono fare qualcosa, Roberta. Ma il problema è che non è mai abbastanza.-
-Ma, Emanuele tu mi hai spinto via e mi hai salvato la vita!-
-Quel ragazzo nell’auto è morto, Roberta. Non basta un gesto fortuito per imporsi contro un mondo che gira al contrario. Ovunque guardi sta impazzando il nulla, non c’è via di scampo.-
-Allora non guardare laggiù, oltre gli scogli, dove comincia la terra. Guarda in alto. Guarda le stelle. E magari esprimi un desiderio.-

L’Armageddon.


                                                                                                          




permalink | inviato da matanobros il 3/9/2007 alle 14:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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